Non ci siamo

{Questo post l’ho scritto il 15 gennaio di questo anno. Stranamente è ancora piuttosto attuale.}

Ho sempre letto e sentito dire (e anche creduto), che nel dolore si possano fare le migliori riflessioni. Si possano imparare le lezioni più grandi.

Quando poi arriva la sera in cui ti guardi allo specchio e come un’amica sincera e affettuosa ti dai una pacca sulla spalla, avverti una sensazione nuova. Quando guardando negli occhi la persona riflessa nello specchio inizi a confortarla, a dirle che in fondo non ha sbagliato nulla. Che ha cercato soltanto di seguire le sue emozioni.

Arriva una sensazione diversa, l’auto-affetto. Spesso nella vita ci convinciamo di non essere abbastanza o permettiamo ad altri di dircelo in qualche modo, perché ci deridono o ci lasciano.

E in quell’abbandono viviamo un rifiuto. Ma chi ti lascia andare perde tanto quanto te, forse di più. Questo ovviamente se ci tiene a te e se insieme si poteva arricchirsi e amarsi, altrimenti ha fatto bene eh! Anche io ho lasciato delle persone, anche se mi rendo conto abbastanza facilmente se non sono per me. Quindi evito a prescindere. Se una persona mi ha coinvolto davvero è difficilissimo che la lasci andare, al massimo lascio andare le situazioni.

Di solito ci si dovrebbe muovere per emozioni, se sono intense e forti, se una persona ti fa sentire bene, ti senti in un’ottima sintonia, si trova la soluzione a qualunque cosa.

Eh già! Ma “l’essere umano è figlio della paura” mi ha detto di recente il mio amico di penna. La paura rovina tutto quando ti ci abbandoni dentro.

Oggi penso a te, alla tua assenza grande e immensa nella mia vita. L’assenza alla quale mi sto abituando. Io mi abituo a qualunque assenza, non ho mai costretto nessuno a stare con me.

E sai una cosa? Ho sbagliato. La cosa più bella della vita è trovarsi, conoscersi, capirsi. Ho sbagliato a non chiedere, ho sbagliato ad essere disponibile, ho sbagliato ad essere sempre forte. Ho sbagliato a resistere. Non funziona così. E ora ho capito perché spavento, finalmente me l’hanno detto. E mi fate ancora più rabbia e tristezza tutti voi che avete detto di volermi, di amarmi, di volermi bene e poi vi siete persi.

Invece di restare e conquistare.

Ognuno di noi esiste, ognuno di noi ha necessità, ognuno di noi deve essere visto. Insomma, non posso mica fare tutto io, datevi una svegliata.

Io non sono così tanto forte, non mi va sempre di fare da sola. Che poi sappia farlo, è un altro paio di maniche. Ma dentro? Dentro come si sta?

Si sta appesi a pensieri e paure. E quindi sì, te lo chiederò. A tempo debito, te lo chiederò. Che fesserie che andiamo pensando certe volte! Ci rinchiudiamo in noi stessi, aggrappati alle nostre convinzioni, come se se le lasciassimo andare perdessimo tutto.

Se lasciamo andare qualcosa, lasciamo ad altro lo spazio per arrivare. La Vita è un do ut des, sempre. È nemesi, è palingenesi, è caos, è rinascita.

È trovare due mani che ti aiutino. Ma il salto finale, devi farlo tu.

Salta, salta. Come quando giocavo ai 4 cantoni. Come quando da piccolo giocavi con gli amichetti.

Si può discutere, litigare, lasciarsi. Ma niente si perde davvero. Se per te la Vita ha in serbo altro, se hai innescato la bomba, non puoi far finta di niente.

Puoi massacrarti quanto ti pare, ma tanto il processo è partito. Forse non sarò pronta, non sarò al momento giusto.

Ma sarò. Se le lasci andare, le cose andano.

{Aggiornamento: forse non sarò pronta mai. E questa rotatoria si fa stretta stretta.}

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L’estate 


È finita vero? Il calendario dice di sì, ma io mi sento ancora confusa. La radio passa le canzoni dell’estate e le sensazioni e le emozioni si mischiano, come quando metti gli ingredienti di una ricetta in una terrina e inizi a mescolare.

E le immagini, delle immagini mi passano davanti agli occhi. E mi rendo conto che il tempo è stato così veloce e liquido che quasi non sto accumulando ricordi.

E io non me la voglio dimenticare questa estate. Perché è stata davvero pesante, ma tanto importante. Non voglio dimenticare le mani, il caldo, i sorrisi. L’amore.

La poca acqua che ho visto, i continui andare e venire, le cose nuove che ho mangiato. I silenzi, le lacrime, la solitudine. Gli occhi, gli sguardi, le parole. I pensieri, il vino. La tua assenza, ancora. Quanti pensieri, troppi. 

“Dietro non si torna, non si può tornare giù

Quando ormai si vola non si può cadere più

Vedi tetti e case e grandi le periferie, e vedi quante cose sono solo fesserie

E da qui e da qui

Qui non arrivano gli angeli con le lucciole e le cicale

E da qui e da qui non le vedi più quelle estati lì, quelle estati lì

Qui è logico cambiare mille volte idea

Ed è facile sentirsi da buttare via

Qui non hai la scusa che ti può tenere su

Qui la notte è buia e ci sei soltanto tu.”

È già qualcosa, anzi è tantissimo. Si riparte sempre dal via? Non lo so. Da qualche parte si riparte e, in fondo, ma cosa cavolo importa da dove? 

L’importante è partire. È trovare, anche quando hai perso tanto, forse troppo. È ritrovare un dialogo fatto di ascolto e di desiderio di comprensione. È aiutarsi, che ad avere difficoltà si fa sempre in tempo.

È cercarsi, volersi, sentirsi. E sentire, soprattutto sentire. 

Se non hai le ali per volare, hai ancora i piedi per camminare. E poi, arriverà il tempo di poter volare. 

E andare lontano.

La differenza che puoi fare


Insomma, alle 9 del mattino mi viene voglia di scrivere un post. Lungo. Che solitamente comincia da una parola che si ripete da sola nella testa, che poi diventa un pensiero e poi un monologo. Non ti capita mai?

Stamattina invece l’ispirazione è arrivata dalla fottuta sezione “accadde oggi” di Facebook. Breve distrazione: quest’estate mi è toccato nasconderla, bannarla, bruciarla. Mi piacerebbe sapere chi ha convinto Mark che ci piaccia rivedere cose passate sempre e comunque. Bah.

Dicevo, guardavo ricordi di un periodo in cui cambiai la mia vita radicalmente. Quello fu il primo cambiamento davvero radicale; cambiai lavoro, ma non sede. Proprio lavoro. Mi portai dietro gli insegnamenti della mia precedente professione e mi buttai anima e corpo in un’altra. Proprio un’altra cosa. Tipo, che ne so, che fai il calzolaio e ti metti a fare il panettiere. 

Ero elettrizzata, felice, piena di energia, di buoni propositi. Convinta di essere in un posto che promuoveva l’individuo e le sue capacità, dove le persone venivano esaltate. Non potevo essere più lontana dalla realtà. Presto, complici indubbiamente anche le mie difficoltà personali (in termini emotivi oltre che private), mi resi conto di quanto le mie aspettative fossero lontane dalla realtà. 

Che te lo dicono eh, e te lo dici anche tu spesso: “mai avere aspettative!” Ma dai, su, nessuno lo fa! Quando mai si è vista ‘sta cosa. Se smetti di sognare e di immaginare sei finito. La questione è che ti devi riservare di verificare, questo sì.

Beh, io sbattei forte. Davvero forte. Giorno dopo giorno, scivolai in un brutto sogno. Fatto di persone poco preparate e inadatte al ruolo che avevano e che pretendevano da me cose che sapevano fin dall’inizio non avrei potuto fare in così breve tempo e che fossi qualcuno che non ero. Peggio ancora, avevano fatto promesse che non mantennero mai. Fino a che, il giorno prima di Natale, arrivarono a licenziarmi per telefono.

Ripensando a quel periodo e ad un gesto stupido che ho fatto poco fa (dopo ti dico qual è), ho avviato tutta una riflessione. Quel che fai da solo e che costruisci da te, è sempre la cosa migliore. Perché se impari a credere in te stesso, la differenza che puoi fare è incredibile.

Da solo non vuol dire che non ci sia nessuno intorno a te, vuol dire partire dal costruirsi delle sicurezze personali e, a quel punto, non permettere a nessuno mai di dirti che non vali o farti sentire inutile e un soprammobile. Vuol dire comunicare a gran voce “ci sono anche io”.

Io esisto. Tanto quanto te. E non ti permetto di ignorarmi o mancarmi di rispetto. Puoi fare quello che vuoi, poi lo faccio anche io. Non c’è problema.

Vuoi sapere che ho fatto vero? Ho comprato una tazza per una persona. Ho pensato che quando finalmente avrò la mia casa e questa persona verrà a trovarmi, avrà la sua tazza. Per me la colazione è importante, ma soprattutto, mi porto dietro da 12 anni la tazza che mi regalò il mio migliore amico. È il mio gesto quotidiano bere da lì la mattina prima di affrontare il mondo. Me la sono portata dietro in 3 case diverse.

È il mio modo di dire “sei a casa anche qui quando vuoi, io ti accolgo e voglio farti sentire bene.” 

Ho ripensato a tutto, alla casa che ho abitato. Alle concessioni che mi sono state fatte al posto di una reale accoglienza. Senza cattiveria, per carità, ma così è.

E a nessuno deve essere “concesso” di fare, di amare o peggio di essere. 

Credere in se stessi è un viaggio obbligatorio. 

Quasi un anno


Un anno fa, la mia vita ha iniziato uno dei suoi profondi ribaltoni. Forse uno dei più importanti, perché alla morte non c’è rimedio. Non si torna indietro.

L’unica cosa che riesci a fare è piangere. E sentire freddo, un freddo immenso perché viene da dentro. Il cuore non pompa più sangue caldo, ma freddo.

Perché l’amore diventa assenza, perché lo stomaco si svuota e non sai neanche più come riempirlo se non con qualche mezzo succo di frutta ogni tanto. Giusto perché c’è lo zucchero e almeno ti reggi in piedi.

Poi ti dici che la cosa più giusta è essere felice di quello che hai avuto invece di piangere per quello che non hai più. Te lo dici certo, a chiacchierare siamo bravi tutti.

Però te lo dici, e almeno ti senti un po’ bravo. A dispetto delle gambe che ti cedono, le mani a stringere e premere sul petto perché ti sembra che il cuore ti stia cadendo a terra e cerca di tenerlo dove deve stare, a dispetto delle lacrime che scendono e non ti fanno più respirare.

Oggi come allora c’era un clima fresco nonostante l’estate piena e il ferragosto alle porte. Oggi come allora senza la mia isola. Oggi come allora senza il mio porto.

La voce, gli occhi. La voce, gli occhi e il sorriso le cose che mi mancavano di più.

E ancora oggi, come un anno fa. Come allora. Quando ho capito che non c’era ritorno. Nei tarocchi, la carta della morte è una delle più belle. Simboleggia la rinascita. La fine di qualcosa che diventa altro, più bello.

Un anno e una vita stravolta.

Perché non ce la facevo proprio senza. Perché non si muore con ancora tanti anni davanti.

Perché quella morte mi ha detto: “guarda che sei più o meno sicura di esserci oggi. Domani che cazzo ne sai?”. E allora tutti quei forse, quei poi vedremo, quei non lo so, quei no rappresentavano solo una vita che andava sprecata.

Si perdono tante cose e sono ancora alla deriva per lo più.

Ho nuotato, con la maschera sugli scogli a guardare i ricci e le bolle e i pesci. E ho sentito quella voce. Quanto lo amava! Ho sentito “Ale guarda! Qui, vieni qui! Anvedi quanti pesci!”

Ho visto un sorriso felice, ho visto la bellezza della sua semplicità. Ho ritrovato l’amore che so che non mi ha abbandonato.

Ma è talmente forte il desiderio di un abbraccio, che qualche volta mi sembra non ci sia. Sono stupida, lo so.

Mi hai detto per sempre e così sarà.

Perché tu eri tu, perché ci siamo scelti. Perché finché io potrò respirare, tu non morirai mai.

Capire


Come una girandola, come una spirale, come una trottola.

Tutto gira e non si ferma. Ieri incontra oggi e spinge verso domani. Si inseguono, si scambiano, si sovrappongono.

Lasciarsi andare.

Non si piange sul latte versato, ma se non lo fai come fai ad evitare che si ripeta?

Cinque minuti. In fondo, che cosa sono 5 minuti.

Malinconia. Come si elimina tutta questa malinconia?