Quasi un anno


Un anno fa, la mia vita ha iniziato uno dei suoi profondi ribaltoni. Forse uno dei più importanti, perché alla morte non c’è rimedio. Non si torna indietro.

L’unica cosa che riesci a fare è piangere. E sentire freddo, un freddo immenso perché viene da dentro. Il cuore non pompa più sangue caldo, ma freddo.

Perché l’amore diventa assenza, perché lo stomaco si svuota e non sai neanche più come riempirlo se non con qualche mezzo succo di frutta ogni tanto. Giusto perché c’è lo zucchero e almeno ti reggi in piedi.

Poi ti dici che la cosa più giusta è essere felice di quello che hai avuto invece di piangere per quello che non hai più. Te lo dici certo, a chiacchierare siamo bravi tutti.

Però te lo dici, e almeno ti senti un po’ bravo. A dispetto delle gambe che ti cedono, le mani a stringere e premere sul petto perché ti sembra che il cuore ti stia cadendo a terra e cerca di tenerlo dove deve stare, a dispetto delle lacrime che scendono e non ti fanno più respirare.

Oggi come allora c’era un clima fresco nonostante l’estate piena e il ferragosto alle porte. Oggi come allora senza la mia isola. Oggi come allora senza il mio porto.

La voce, gli occhi. La voce, gli occhi e il sorriso le cose che mi mancavano di più.

E ancora oggi, come un anno fa. Come allora. Quando ho capito che non c’era ritorno. Nei tarocchi, la carta della morte è una delle più belle. Simboleggia la rinascita. La fine di qualcosa che diventa altro, più bello.

Un anno e una vita stravolta.

Perché non ce la facevo proprio senza. Perché non si muore con ancora tanti anni davanti.

Perché quella morte mi ha detto: “guarda che sei più o meno sicura di esserci oggi. Domani che cazzo ne sai?”. E allora tutti quei forse, quei poi vedremo, quei non lo so, quei no rappresentavano solo una vita che andava sprecata.

Si perdono tante cose e sono ancora alla deriva per lo più.

Ho nuotato, con la maschera sugli scogli a guardare i ricci e le bolle e i pesci. E ho sentito quella voce. Quanto lo amava! Ho sentito “Ale guarda! Qui, vieni qui! Anvedi quanti pesci!”

Ho visto un sorriso felice, ho visto la bellezza della sua semplicità. Ho ritrovato l’amore che so che non mi ha abbandonato.

Ma è talmente forte il desiderio di un abbraccio, che qualche volta mi sembra non ci sia. Sono stupida, lo so.

Mi hai detto per sempre e così sarà.

Perché tu eri tu, perché ci siamo scelti. Perché finché io potrò respirare, tu non morirai mai.

Capire


Come una girandola, come una spirale, come una trottola.

Tutto gira e non si ferma. Ieri incontra oggi e spinge verso domani. Si inseguono, si scambiano, si sovrappongono.

Lasciarsi andare.

Non si piange sul latte versato, ma se non lo fai come fai ad evitare che si ripeta?

Cinque minuti. In fondo, che cosa sono 5 minuti.

Malinconia. Come si elimina tutta questa malinconia?

The fog

È iniziata la tempesta, che non si fermerà. Non accetto più un no come risposta e come il sole io tramonterò per poi risorgere.

Nuova. Diversa. Ma sempre e ancora me. Per amore, per onestà, perché è giusto.

Aiutami ancora, un ultimo sforzo. Nessuno mi può ridare quello che ho perso, ma i miei sbagli li ho sempre pagati tutti. 

L’ultimo sforzo. ❤️

È importante


Mi sembra che le cose stiano sfuggendo di mano.

Ma la semplicità, dov’è andata a finire? Le cose davvero importanti, quali sono?

Ma a me, che cazzo me ne frega di tutto questo? Che cosa serve davvero?

È possibile arrivare a non sopportare più nulla? Ad essere così tanto stanchi da non trovare compromessi?

È impossibile adattarsi alla sopravvivenza sempre. È giusto, o la cosa migliore, cercare quello che ci faccia stare bene.

E se la ricerca inizia a sfuggire di mano, alla ricerca forse solo apparente di una perfezione che però sai che non esiste, che cosa si fa?

Sembrano lontani i giorni in cui bastava un caffè, un sorriso, una musica in sottofondo, il sole, il profumo dei fiori, la serenità delle cose semplici, del quotidiano.

Ecco, ho bisogno della quotidianità. Di un risveglio uguale al precedente, di un letto morbido e fresco, della mia tazza per fare colazione, di una parete che non cambia.

E allora eccole, le cose semplici. Non sono estremi che si toccano per trovare una via di mezzo, sono solo le esigenze che cambiano. E sarebbero semplici, su carta. In teoria.

Nella pratica invece, esiste una pazienza che è andata in ferie. Almeno lei. Come mai era tutto entusiasmante e poi si è dissolto in una bolla? Come mai non capisco più bene, non ci vedo bene come prima?

Esistono occhi che vogliono vedere tutto. Esistono mani che vogliono afferrare, orecchie che decidono cosa e se ascoltare, un cuore che desidera tante cose.

Una testa piena di dubbi. E un’anima che sa che così non ci siamo. 

Eppure volevo cose normali, cerco una casa, un divano, un approdo. Una soluzione, ad ogni problema ce n’è una.

Io continuo, nonostante tutto, a vedere orizzonti. Voglio solo che si avvicinino, per trovarne sempre di nuovi.

Fuggire


Qualcosa mi sfugge. Come quando non ti viene in mente un nome o una parola. Come quando cerchi di afferrare un pesce. Come quando ti cade un pezzo di carta a terra e soffia il vento. E tu, come un cretino, lo insegui. Cercando invano di afferrarlo.

C’è qualcosa che mi sfugge. Che non afferro, che sto sbagliando. 

Qualcosa che dovrei tollerare e non tollero? Qualcosa che non dovrei e invece sopporto? C’è un ritardo che non so gestire. Eppure io non sono brava con la puntualità. C’è una fretta, un’urgenza che mi spinge. 

Potrebbe sembrare sbagliato darle voce, ma se invece l’errore fosse proprio non dare corda? Ai tempi, alle esigenze, a quello che mi appartiene, alla costruzione. 

È tempo di essere. È tempo di puntare i piedi, di crescere, di avere e ottenere. È tempo di andare.

Lontano. Lontano e in fretta. Che di tempo prezioso, ne ho buttato anche troppo.