Ci riuscirai


Mi dispiace. Oltre ad una rabbia sorda e violenta che a tratti mi invade il centro del petto, come tutti i pugni verbali ed emotivi che mi hai tirato, mi dispiace.

Se avessi il coraggio o se fosse giusto te lo direi. Ma poi mi viene voglia di spaccare tutto. Spaccare i tuoi limiti, le tue convinzioni, la tua apparente perfezione, la tua apparente stabilità. Una girandola di convenzioni e di finti va bene invece di vivere. Vivere e basta.

Ci ho provato a spaccare tutto, ma non ci sono riuscita. E mi dispiace. Di non averti spaccato la testa, di essermi lasciata convincere che sbagliavo, che ero esagerata, che non capivo. Io.

Io invece sapevo tutto, capivo molto più di te. L’ho sempre fatto e continuerò, perché io vedo sempre quello che gli altri non vedono o non vogliono vedere.

Il mio silenzio pesava meno e io te l’ho dato. La mia assenza era meno ingombrante e io te l’ho data. Io volevo solo che fossi felice. In fondo l’amore non è questo?

E invece siamo stati infelici, entrambi. Tu forse eri almeno sereno, ma io? 

E ora che ho fatto la cosa migliore per entrambi, mi dispiace. Scusami per non averlo fatto prima, scusami per non essere stata più forte, lungimirante, scusami per averti permesso di rendermi insicura.

Scusami per non aver puntato i piedi perché non lottavi per noi. Per averlo accettato e sopportato. Scusami perché non ho potuto più accettarlo. Scusami perché dicendolo a te mi scuso con me stessa.

Scusami per questa bellissima libertà di essere.

E scusami perché non mi scuserò mai più per questo. Per questa me, per questa passione. Per questo caos. 

Per questa Vita.

Nella norma


Ci sono cose incredibilmente normali in tutto questo. Come se dovesse essere stato così sempre. Ti ritrovi in una situazione che non avevi programmato e che inizialmente ti sconvolge, per poi accorgerti che ti viene naturale viverci. Avere queste nuove abitudini, vivere queste nuove esperienze, adattarti. 

In fondo, l’unico modo per sopravvivere bene è adattarsi, da che esiste il mondo qualunque specie sopravvive perché si adatta. 

E così ti ritrovi a correre a destra e sinistra, a non conscere lo stesso letto per più di due notti di fila rotolando di casa in casa, e ti ritrovi a vivere. In un caos che non hai mai conosciuto, ma che non ti dà fastidio. La chiave è essere consapevoli che sarà solo un periodo.

Un periodo di avventura e di conoscenza. Non ho mai fatto viaggio più bello di quello dentro me stessa.

La prima volta mi è successo a 22 anni. Poi l’ho rivissuto a 27. E ora, ora che dovrei essere una donna sulla carta e invece io ho appena iniziato a bere vino. Ho appena iniziato ad essere davvero me. Ho appena iniziato a puntare i piedi davvero. Ho appena iniziato a non essere più quello che gli altri si aspettano o vorrebbero. Ho appena iniziato la mia seconda tarda adolescenza.

Tutto molto bello, ma non bellissimo.

Poi ci sono le cose strane. La casa che non arriva, le abitudini che non si sedimentano, gli asciugamani che non sai dove appendere, il cappotto che non ha un armadio.

Le feste senza di te, la famiglia che cambia, la famiglia che non c’è. Il profumo dolce di una pastiera che è un lontanissimo ricordo. La confusione degli spazi e dei tempi, 6000 km in una macchina che non ha nemmeno 6 mesi. Vestiti sparsi, deodoranti tripli, chiavi nuove, chiavi vecchie da restituire, anni di vita che se ne vanno, fregarsene.

Fregarsene. Ma sì, sti cazzi. Lasciar andare. Se le lasci andare le cose andano.

Andano, andando.

Oro nero


È semplice guardarti, lo sai? E non intendo guardarti per dire. Io intendo per scrutarti, osservarti e poi infine vederti.

Vedere la tua essenza liquida di puro piacere. Vedere la tua essenza calma di accoglienza. Vedere la tua bellezza. È come se potessi guardarti attraverso la pelle.

Ogni poro rilascia la freschezza, la purezza del tuo odore. A volte ho quasi paura ad avvicinarmi per quanto è inebriante. Lo voglio, voglio che mi entri nella testa per portarlo via con me.

La tua voce che sussurra è la musica che preferisco. Le tue parole mi scivolano addosso e graffiano per rimanere aggrappate negli angoli della mia mente, che tu occupi con maestria. Insidiandoti senza fare male.

È un desiderio imponente, sinuoso, puro e torbido allo stesso tempo. E nonostante sia torbido, io riesco a vedere benissimo attraverso di lui. Vedo la tua potenza, il tuo essere un mare calmo che diventa impetuoso. 

Accanto a me porto il tuo respiro caldo, come le onde spumeggianti che accarezzano la pelle. Il tuo respiro che si ferma e poi trema, posandosi su di me quando ti tocco.

Rimani, lasciati andare, lasciati amare. Io sono qui. E non vado da nessuna parte.

Voglio solo vestirmi del tuo oro nero. Tu sei il mio oro nero.

Caos calmo – volume due

Ti è mai capitato di ritrovarti davanti ad un caos incredibile? Uno di quelli in cui la confusione di roba accatastata e buttata qua e là è così tanta che non sai nemmeno dove iniziare, dove mettere le mani?

Hai mai giocato a shangai?

Tieni i bastoncini fra le mani, aspetti un istante e poi… puff! lasci andare. E gli stecchini cadono rovinosamente senza una meta, senza controllo.

Si aggrovigliano uno sull’altro, creando una rete di caos. Inizi a guardarla per capire da quale stecchino iniziare per liberarli uno dopo l’altro, senza muovere quelli che non tocchi altrimenti perdi il turno. O potrebbe verificarsi un effetto domino che rischia di incasinarli ancora di più.

Ma se sti stecchini invece li lasciassi lì? Che male c’è? 

E se invece li prendi di nuovo alla rinfusa e te ne vai con tutto quel caos fra le mani? 

Ok, stavolta la partita è cruciale, non ti puoi arrendere. Puoi perdere qualche stecchino, ma la partita la devi vincere. È tutto solo sulle tue spalle, prontipartenzavia.

Qualcuno mi porti una bottiglia di vino. Rigorosamente bianco, grazie.

Il nascondiglio 


Ti è mai capitato di invidiare un orso per il suo letargo? A me sì.

E ti è mai capitato di invidiare un coniglietto per la sua tana? A me sì.

Io ho sempre avuto bisogno di un nascondiglio, di un posto solo mio, un posto dove nessuno o pochissimi avrebbero potuto trovarmi. Dove potevo non essere nulla, essere tutto. Nulla di ciò che tutti volevano, tutto quello che piaceva a me.

I pensieri correvano, camminavo e mi siedevo. Tiravo un sospiro, di quelli che alla fine trattieni un po’ il fiato e mi siedevo.

C’era una volta un paesino sperduto in Abruzzo, non si trova nemmeno sulle cartine geografiche a volte. Percorrevo il viale che portava il nome del mio bisnonno e al termine si apriva agli occhi un prato enorme, un po’ brullo. A destra e di fronte un muretto di pietra, a destra era possibile anche sedersi. Il muretto correva in orizzontale per molti metri, per poi interrompersi all’angolo di destra per la presenza di una scaletta. Al di sotto un piccolo giardino con delle giostrine.

A sinistra si stagliava una chiesa sconsacrata, un po’ erosa dal tempo. Di fronte a lei una scalinata di pietra, sulla quale generazioni e generazioni si siedevano la sera per chiacchierare o suonare una chitarra e cantare. Alle sue spalle un campo da calcetto.

Di fronte, oltre il muretto si perdeva la vallata, circondata a destra e sinistra da due montagne maestose, imponenti, protettrici. Alle loro pendici, in fondo, sembrava quasi si toccassero e poi dietro ripartiva una nuova vallata. Era come esserne abbracciati.

Era l’angolo a sinistra in fondo ai metri di prato a godere del mio bisogno, ad accogliere il fremito dei miei pensieri sconnessi. A placare il fuoco che mi nasceva spesso dentro. Il muretto finiva e su una piccola collinetta si sparava contro il panorama una croce di ferro, resistente al tempo e alle intemperie.

Camminavo su quella collinetta pochi passi, mi lasciavo il paese alla spalle, le persone, il rumore e scendevo ancora, fino al limite del dirupo. Lì, solo lì mi siedevo. Respiravo e mi perdevo. E solo un mio amico sapeva che se non mi trovava nessuno, io ero lì. Dal prato nessuno poteva vedermi, a meno che non si fosse sporto dal muretto in fondo.

La vallata si accoccolava sotto i miei occhi, il vento delle fresche giornate estive mi accarezzava e ascoltavo il rumore di una natura incredibile. Un rumore lieve, che sussurrava quasi, leggero. Le foglie che si accarezzavano, i rami che ondeggiavano, il cielo che rispondeva. 

Silenzio. Pace. Una solitudine da amare.

Non ci vado da tantissimi anni. Ma ho sempre bisogno di un nascondiglio. In ogni posto in cui vado, devo trovare un angolo in cui nascondermi. 

Non cercarmi. Non parlarmi. Non ci sono.

Ho bisogno di un posto tutto mio, di non sentir parlare nessuno. Della mia tana. 

Di me. Basta con tutto questo rumore. La primavera sarà il mio letargo al contrario. Ed è solo l’inizio.