Secondo me.


Voglio un bacio. Un bacio di quelli veri, intenso e profondo. Un bacio che ti fa guardare un momento negli occhi, e poi basta. Basta perché non ce la fai, perché l’emozione ti si scaraventa addosso e tu cerchi solo di resistere per avere quelle labbra. Un bacio che ti fa sfiorare appena, perché troppo tutto insieme non ce la faresti a sostenerlo. Un bacio sincero, con il fiato sospeso nell’aria che si condivide, un bacio che ti fa sentire vivo. Che ti fa sentire te stesso. Un bacio di piacere liquido, di passione calda, di amore e di desiderio.

Voglio il sole, il sole che ti entra negli occhi e ti costringe a guardare in basso o di lato. E ti mostra prospettive diverse. Ti colpisce all’improvviso e ti riscalda. Voglio il caldo, l’estate e il mare. Voglio un mare che faccia tutto quello che può, tempesta e maree, avanti e indietro, caldo e freddo. Il sale. Il sale che ti fa tirare la pelle. La pelle. La pelle che brucia, rossa e accaldata. Il naso da far arricciare in un sorriso, e le pieghe della pelle restano per un attimo bianche nel rossore.

Voglio un gatto. Una gatta. Che mi somigli, che voglia tutto, ma che poi sa anche accontentarsi di una carezza soltanto. E che poi pretenda di più, si ricordi di farlo. Che mi ricordi che la fiducia è un viaggio da fare ogni giorno, guardando bene la strada. Evitando le buche, tenendo botta sulle curve pericolose. Che mi ricordi che l’amore è una conquista, ardua e impetuosa. Violenta e bellissima. Che si accoccoli sul letto, accanto a me, la sera. Che faccia le fusa mentre dorme e sogna. Sogna e miagola. 

Voglio una casa al mare. Il rumore delle onde che mi tiene sveglia, la salsedine sui vetri, nei capelli, in bocca. 

Voglio le ore, i minuti, i passi svelti, le passeggiate, le corse e le ore seduta. Che siano mie, soltanto mie. 

Voglio quattro pareti bianche, una cucina anche senza la lavastoviglie. Voglio litigare e fare pace, voglio condividere lo spazio e poi sapere che sarà di nuovo solo mio. E poi volerne ancora. Di condivisione, presenza, disordine, risate, silenzi, amore, discussioni. Voglio voler vivere con te, ogni giorno. Avviluppati in un progetto più grande di noi, ma sempre troppo piccolo e un passo indietro alla nostra forza. Ai nostri sogni, alle nostre capacità, ai nostri desideri, alle nostre possibilità. Perché soli siamo grandi, ma insieme siamo immensi.

Voglio chiudere la porta e lasciare il mondo fuori, voglio il senso del silenzio e riempirlo solo del mio respiro. Voglio colorare il muro, voglio accendere una candela, voglio mettere la musica che mi piace, cenare lentamente sul mio divano, voglio guardare tutto quello che ho.

Voglio conquistare ogni giorno un pezzo in più del mio lavoro, voglio diventare, inventare, fare, disfare, creare e costruire.

Voglio essere tutto quello posso e mi va. Voglio essere io, io ci sono, io sono qui, io posso, io faccio, io dico, io sento, io voglio.

Io voglio. Io vivo. 

L’appartenenza 


Guardo fuori, ascolto il canto delle cicale, i miei occhi si perdono nel buio della notte, nel cielo scuro e nelle luci della città che non mi permettono di vedere le stelle.

E mi viene in mente che presto non vedrò più quello che posso vedere ora, da qui. Di nuovo. Un luogo che mi era estraneo, poi divenuto familiare, che ho lasciato per vivere la mia vita da adulta. Pensando di non tornarci più e invece niente è assoluto nella vita.

Penso che ora mi sento quasi un’estranea, di nuovo. Penso che non appartengo a nessun posto, che nessun luogo mi appartiene. E qualche volta mi sento un po’ sola e persa per questo.

Sarà la mia sete di indipendenza, sarà il mio desiderio e bisogno di libertà, sarà una forma di difesa, sarà un velo che ho dovuto mettere fra il cuore e il cervello, ma il senso di appartenenza io non lo conosco. E non un senso inteso proprio come potere, soggiogamento, non so mi viene da dire prepotenza, dipendenza. No, quello penso non sia o dovrebbe essere per nessuno.

Io parlo dell’appartenenza intesa come casa, calore, amore, affetto, famiglia, libertà di fare ed essere. Accoglienza, quella vera. Tutto quello che ti fa dire: ” io ti appartengo e tu appartieni a me” o “io appartengo a questo posto e questo posto mi appartiene”.

Un senso per cui si crea un legame profondo, per il quale senza quel posto continui ad essere, ma ti mancherà sempre. Fa parte di te e tu di lui, perché lo hai plasmato, vi somigliate, ti ruba l’odore e tu un po’ del suo.

Come un’altra persona, succede che senza l’altro continui a vivere, ma una parte di te se ne va. Quella che gli hai donato con l’appartenenza. Con la somiglianza, con l’amore, con l’accoglienza. E l’altro a te. Ci si scambia un pezzetto, donandolo all’altro e succede che ti appartiene, entra in te e non è che puoi ridarglielo. E così l’altro a te.

Ti restano un odore sulle mani, un sorriso negli occhi, il battito di un cuore nelle orecchie.

E ti guardi intorno, nel buio della notte e senti che l’appartenenza per te deve ancora arrivare. Non appartieni a qualcuno, non appartieni ad un luogo e loro a te. Guardi in una credenza e non ci sono i tuoi biscotti, pensi ad un armadio e ci sono solo una parte delle tue cose. Entri in bagno e trovi solo borsette da un lato, con dentro oggetti che ti porti dietro a destra e a sinistra.

Ma appartieni a te stesso e tutto quello che puoi e devi fare è onorarlo. Andare e costruire. Essere ed esserci. E così vai, partendo e appartenendo ai tuoi bagagli che si fanno via via almeno più piccoli e più leggeri. Perché non esitono problemi, ma soluzioni. Perché tu ce la fai sempre e trovi un modo per organizzarti sempre. Magari un po’ maldestra, ma arrivi.

E appartieni ai tuoi sogni, alle tue speranze, al tuo domani che costruisci sempre più grande. E che no, stavolta non cederai mai più a nessuno. 

Non cedere, ma condividere.

Non sono, ma siamo.

Non essere, ma appartenere.

Rimanenze

Se ti ho dato tutto quello che avevo, ora che non ci sei a me cosa rimane?

Di tutto quel tempo, di quel sapore, dell’odore, delle mani, degli occhi, dei sorrisi? Cosa mi rimane?

Delle mura che ci tenevano insieme, che cosa resta?

Senti, che io ti guardo. E tutto quello che voglio è essere con te, toccarti. Voglio svelarti i segreti della nostra storia, perché tu non la conosci. Solo che non so come dirteli, non mi vengono le parole.

Perché quando ti guardo e ti tocco, tutto intorno si fa immobile. E io respiro, respiro e basta. La mia testa e i miei occhi si riempiono di te. Lo sguardo scorre sulla tua pelle e i pensieri accarezzano i suoi sentieri.

Mi portano solo a quello che potrei fare per avere ancora di più di te, per sentire i tuoi respiri caldi che si perdono nella stanza, per vedere i tuoi occhi chiudersi. E percepire l’abbandono che diventa il mio potere.

Potere su tutto, su me, su te, sul mondo intero che si raccoglie nel tuo odore.

Cosa resta di me? Cosa resta se ti racconto tutti questi segreti? Cosa resta se diventiamo noi?

Cosa mi è rimasto?

Coscienza


Attimi.

Sei in un posto, in un momento, con un pensiero, una parola nella testa. E l’attimo successivo, perfetto, rotondo e sfuggente, sei già in un’altra vita.

Un posto diverso, l’aria che cambia, un pensiero volato via, un’altra parola nella testa.

Com’è possibile pensare “per sempre”? Viverlo, afferrarlo. Cercarlo è l’unica maniera di essere infelici. Cercare l’immobilità è l’unica maniera di esserlo.

Tutto cambia, tutto passa, tutta cammina. Il tempo, la nostra pelle, i nostri occhi, i pensieri, il mare, la vita. 

Ricerco esperienze, sapori, odori, parole e luoghi nella mia memoria. Ne percepisco l’assenza e la mancanza. E mi sento svuotata, triste e stanca. 

Stanca di perdere, stanca di rinunciare, stanca di non poter più avere. Stanca di cose che finiscono per non tornare più. Stanca di persone che se ne vanno per non tornare più. Stanca di abitudini che mi abbandonano e che cercano di tornare, nuove ed organizzate ma che non so dove mettere. Non ho il posto per viverle.

E così cerco abitudini all’interno di questo caos, finché il caos stesso si fa abitudine. Lo fa mentre si fa silenzio, si fa presenza, calma. Mentre vado alla ricerca.

È un posto nel mondo, uno solo: il mio. Quello che nella mia testa ho già colorato, organizzato, annusato, arredato. È tutto pronto, devo solo poterlo trovare.

Sono passati tre mesi e i pensieri si affollano e su di loro le sensazioni, come due cuccioli che giocando rotolano uno sull’altro aggrovigliandosi. Così tanto che non li distinguo più. 

Sono passati tre mesi e per la prima volta mi sveglio in una casa silenziosa, da sola. Mi guardo intorno e ritrovo cose familiari che però non lo sono più. Perché altro era familiare e altro è da renderlo. 

Quanti paletti sono da togliere e quanti muretti da abbattere e lasciarsi alle spalle. Mi siedo su questa sedia, al mio posto in questa casa e…

Completa tu. Io stamattina cerco orizzonti e soluzioni.

Notturno


Mi piace guardare il cielo di notte. Perché spesso succede che al buio si veda molto meglio. Si vedono, per esempio, tutte le cose che con la luce non è possibile vedere.

Le luci della città, dorate e calde che creano giochi di ombre lunghe e luci soffuse sull’asfalto e negli occhi.

Le stelle, come migliaia di pagliuzze luminose che regalano al cielo una sconfinata visione di una marea di brillanti. Preziosi, unici e autentici.

La luna, splendente si staglia nel cielo con le sue macchie grigie e la sua luce bianca. Il suo alone di luce ad illuminare stralci di nuvole leggere che osano oscurarla. E lei gioca a nascondino, facendo capolino di tanto in tanto, mostrando la sua languida bellezza. Una perla in un universo di oscurità, avvolgente e sinuosa.

Il cielo all’orizzonte si fa rossastro per il riflesso delle luci delle strade, delle finestre di chi come me non può dormire e scruta il cielo. Bisbigliando al buio della notte i suoi segreti, i suoi desideri, lasciando andare le paure che domani mattina sembreranno così piccole e sciocche. Ma che ora pesano come un piccolo pugno al centro del petto.

Paure come sacchetti di sabbia e sassi da spostare, da aprire per trasformare il peso in farfalle. Che ora non sanno volare lontano. Forse lo faranno domani, ma ora restano qui intorno ai miei pensieri, rendendoli confusi, torbidi. Ma leggeri.

Desidero solo una cosa e mi manca solo una cosa stanotte. Forse ho fatto tanti errori, ma la cosa certa è che ho amato sempre.

Ho cercato di fare la cosa migliore, ho sopravvissuto e poi cercato di vivere. Per riprendere possesso della mia vita. Credo che più e meglio non potevo fare, in alcuni momenti sicuramente sì. Ma indietro non posso tornare.

Ognuno di noi si giudica e così permette agli altri di fare altrettanto. Ma la verità è che tutti cerchiamo solo amore, da dare e da ricevere. Cerchiamo solo un po’ di serenità, qualche attimo di felicità da raccontarsi nelle notti buie come queste. Cerchiamo una stabilità che per tutti è diversa.

Cerchiamo di appertenerci, di ascoltarci, un posto da chiamare e soprattutto sentire casa. Cerchiamo due occhi sinceri, un abbraccio caldo. Conforto.

Noi stessi nello specchio. Cerchiamo di perdonarci per gli errori, di comprenderci e volerci bene.

Di scorgere il sole, anche e soprattutto quando gli occhi si sono abituati al buio.